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PAVIA 01/07/2020: Coronavirus. Sanitari nel mirino di inchieste giudiziarie. Lo sfogo: “Noi immersi in scenari che non avremmo creduto possibili.Abbiamo commesso errori ma abbiamo fatto del nostro meglio”

Luglio 01
11:02 2020

PAVIA – Un paese disunito. Un paese immaturo che cerca sempre qualcun a cui dare la colpa delle proprie disgrazie. Nasce forse da questa condizione quanto sta accadendo ai medici e ai sanitari che sono stati impegnati  a fronteggiare in prima linea lo scoppio della pandemia di coronavirus. Medici e sanitari che cominciano a ricevere denunce e inviti a comparire per testimoniare quanto accaduto negli ospedali durante i primi mesi del 2020.

tutto ciò a Pavia li ha spinti a scrivere una lettera aperta per mostrare la loro amarezza e per chiedere rispetto.

LA LETTERA

“Un giorno il virus è arrivato. Improvviso. Inatteso. Si è infilato nelle nostre vite, nelle nostre relazioni, si è nutrito dell’aria dei nostri polmoni e delle nostre paure. Colpiva, come la biglia rossa impazzita di un flipper rotto e lo faceva senza criterio, come una maledizione da cui ciascuno sperava di scampare. E mentre tutti avevamo paura del mostro che avanzava e avrebbe potuto colpire ciascuno di noi e i nostri affetti con conseguenze che ignoravamo, ecco che noi medici di Pronto Soccorso ci siamo trovati, improvvisamente, a dover indossare doppie vesti.

Quella di esseri umani (spaventati, come tutti) e quella di professionisti “dedicati all’umano” a cui veniva chiesto di essere presenti, di scendere in prima linea. Specializzandi compresi. E così abbiamo fatto e ci siamo trovati improvvisamente immersi in scenari che non avremmo creduto possibili. Ci siamo trovati ad inventare una nuova medicina, a cercare continue soluzioni per gestire l’iperafflusso dei malati, a fare i conti con l’insufficienza di risorse nonostante i continui sforzi del sistema organizzativo, risorse che sembravano non bastare mai, tante erano le richieste.

Abbiamo sperimentato la paura, la tristezza, la desolazione, l’impotenza in quello che ci appariva un incubo. Siamo stati chiamati eroi, anche se non ci siamo mai sentiti tali, perché gli eroi, di solito, scoprono di avere dei superpoteri; noi, invece, no. Solo tante fragilità: la paura di essere inadeguati, di non farcela, di crollare sotto il peso dei dispositivi di protezione talora asfissianti, il timore di infettarci e di infettare i nostri cari. C’è stato chi, tra di noi, si è dovuto isolare, chi si è ammalato, chi, nonostante la stanchezza, è rimasto in piedi ad assistere i malati. È stato difficile e molto. Abbiamo commesso errori, certo, forse non siamo riusciti a garantire il meglio ma abbiamo fatto del nostro meglio.

Abbiamo visto persone morire senza la presenza dei loro cari accanto, abbiamo cercato di curare per come meglio potevamo, di informare i familiari nel flusso caotico e inarrestabile dei continui accessi, di consolare e di accompagnare con umanità e dignità quando non è stato possibile salvare. Oggi riceviamo richiami, segnalazioni, esposti in procura; veniamo chiamati a difenderci, a deporre testimonianze, anche solo come persone informate dei fatti. Se quello che abbiamo vissuto ci è sembrato un incubo, questo epilogo lo è ancora di più. È umiliante, demotivante, frustrante. Potremmo scioperare, creare disservizi, portare la nostra rabbia e delusione sul posto di lavoro, ma questo sarebbe contro la nostra etica che ci invita, ancora una volta, ad esserci ma con professionalità e umanità.

Così continueremo a restare ai nostri posti, a garantire la gestione delle urgenze, a fare quello che facciamo ogni giorno con la massima professionalità e nel rispetto dei malati, sperando di ricevere, in cambio, il medesimo rispetto.”

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