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PAVIA VOGHERA 02/03/2020: Coronavirus e carcere. L’allarme della Polizia Penitenziaria. In Lombardia misure insufficienti. Serve il blocco di ogni contatto con l’esterno

Marzo 02
13:03 2020

PAVIA VOGHERA – “In Lombardia con ci sono solo la “zona rossa” e la “zona gialla”… le scuole, i musei, i cinema, i locali che la Regione vuole che restino chiusi per altri 7 giorni per fronteggiare la diffusione del coronavirus. C’è anche la “zona nera”: il carcere'”.

Lo ha detto Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria, arrivato a Milano in questi giorni per monitorare la situazione carceri al tempo delle nuove epidemie.

In merito ai penitenziari, in Lombardia ci sono 19 istituti penitenziari (compresa la sezione femminile di Milano San Vittore): vale a dire circa 9 mila detenuti, il maggior numero della popolazione carceraria in una sola regione.

Un “fronte coronavirus” che non è stato ancora citato dall’inizio dell’emergenza. Un fronte che, per la polizia penitenziaria, “continua ad essere sottovalutato perché gestito con provvedimenti estemporanei e senza coordinamento”.

Di Giacomo nella sua denuncia precisa subito un elemento: “per ora non ci sono notizie di contagi” e che ci sono “una decina di detenuti in isolamento” ed “alcuni tamponi negativi”.

Tuttavia, aggiunge il rappresentante degli agenti, “le misure messe in campo nelle carceri non sono sufficienti. Se si dovesse verificare anche solo un contagio, il virus si diffonderebbe al 100 per cento – perché i detenuti vivono in spazi molto stretti – come del resto insegnano le cronache delle carceri cinesi e delle navi crociera, la situazione sarebbe dunque esplosiva, con tutto ciò che comporta l’evacuazione di un carcere sino a 3 mila detenuti”.

Di Giacomo illustra il centro del problema.

“Non ci risulta che la sospensione dei colloqui tra detenuti e familiari sia stata decisa in tutti gli istituti lombardi. Sappiamo che il Provveditorato Regionale per la Lombardia del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, in una lettera, ha informato la Camera Penale di Milano di aver dato indicazioni ai direttori delle carceri lombarde di “estendere il più possibile l’utilizzo delle telefonate nonché dei colloqui a distanza attraverso l’utilizzo della piattaforma Skype for business”.

Ma per il sindacalista della Polizia Penitenziaria non ci si può limitare a questo.

“Non è certo una telefonata in più a rassicurare i detenuti, nonostante l’affermazione del Garante dei detenuti di Milano, Francesco Maisto, per il quale nelle carceri del capoluogo lombardo ‘al momento la situazione è tranquilla’. Di fatto, ci stiamo sostituendo al Garante perché ne ravvisiamo i forti limiti e l’approssimazione e possiamo dire che tra la popolazione carceraria la situazione non è affatto tranquilla.”

Anche nelle carceri infatti si vive nell’incertezza causata dalla discrepanza fra dichiarazioni e misure prese.

“Del resto – spiega il sindacalista -, da una parte si punta a sminuire, come se contro il coronavirus bastasse un’aspirina, e dall’altra si pensa all’allestimento di sezioni quarantena provocando ulteriori allarmismo e tensione. È esattamente quello che non si deve fare per non accrescere la psicosi tra i detenuti incollati alle tv per essere informati sull’evoluzione della diffusione di coronavirus.”

Per il sindacato SPP sono “ben altre sono le misure d’emergenza da assumere” (come è stato già chiesto ai Ministri Speranza (Salute) e Bonafede (Grazia e Giustizia), ai Provveditori regionali degli istituti penitenziari, a Regioni e Prefetti delle aree interessate dal coronavirus).

“Per noi – ribadisce Di Giacomo – l’unica forma di prevenzione possibile nelle carceri è bloccare ogni contatto con l’esterno, quindi anche fornitori, volontari, ecc., insieme ad una campagna di vera prevenzione e di comunicazione che coinvolga prima di tutto il personale in servizio che è invece abbandonato a sé stesso nel gestire la situazione.”

Quanto infine all’indispensabile fornitura di presidi sanitari per il personale penitenziario, “siamo ancora all’individuazione del fabbisogno perdendo altro tempo – denuncia Aldo Di Giacomo -. Mentre le più allarmate sono le famiglie del personale che temono il rischio di contagio e si stanno organizzando in comitati locali di protesta e mobilitazione”.

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