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VOGHERA 01/03/2019: Suicidi. L’esperto. “Fenomeno in aumento. Ma una via d’uscita c’è”. Il segreto è ridare speranza a chi non ce l’ha più

Marzo 01
09:00 2019

VOGHERA – Le cronache locali delle ultime settimane ci hanno restituito diverse notizie legate a fatti di suicidio o di tentato suicidio (due sono accaduti anche nel nostro Oltrepo, a Casei Gerola). Il fenomeno è doloroso, purtroppo non rarissimo, ed anche difficile da affrontare (nel sentimento prevalente collettivo assume quasi sempre le caratteristiche di un vero e proprio tabù).

In questo articolo affrontiamo il delicato argomento con l’aiuto di un esperto di dinamiche e di disturbi mentali, lo psichiatra vogherese Valter Furlano. Perchè uno psichiatra? Perchè il suicidio, come spiega lo stesso psichiatra, è un fatto talmente estremo, totale e totalizzante, che nella quasi totalità dei casi ha alla propria origine una vera e propria malattia, di solito di carattere depressivo. Malattia che può portare alla conseguenza estrema del suicidio, ma che, come tale, se individuata in tempo e se affrontata (qui sta la buona notizia!), può essere curata, prevenendo così anche la tragedia del suicidio.

Cinquantanove anni, laureato all’Università di Pisa alla prestigiosa scuola del professor Cassano, Furlano, originario di Grosseto, risiede a Voghera dal lontano 1988, dove da anni opera spaziando in vari ambiti (è stato dirigente psichiatra dell’Usl di Voghera e Pavia, ha incarichi in diverse comunità psichiatriche oltrepadane… ha lavorato anche nell’ex Ospedale psichiatrico di Voghera – nella foto-, è anche libero professionista, e fa opera di divulgazione, anche sul rischio di suicidio, fra la popolazione generale e presso i medici di famiglia).

Furlano risponde alle nostre domande fresco di partecipazione al 23° congresso nazionale, svoltosi la scorsa settima all’hotel Ergife di Roma, della Società Italiana di psicopatologia (Sopsi).

“Del suicidio si parla molto tra noi esperti – esordisce lo psichiatra – perché esiste una tendenza all’aumento del fenomeno, anche fra soggetti giovani. E le cronache purtroppo confermano questa tendenza.”

Partendo dalle fondamenta di questa delicata materia: esiste una popolazione più a rischio di altre nel compiere il suicidio e, se sì, quali caratteristiche ha?

“Il suicidio è un fenomeno che nel tempo e nella storia ha coinvolto anche tanti grandi personaggi illustri… poeti, scrittori, artisti… che purtroppo hanno compiuto il gesto estremo. Alcuni di questi personaggi spesso evidenziavano una certa familiarità nel compimento del gesto.

Fra i soggetti più a rischio in assoluto ci sono dunque coloro che hanno avuto familiari che si sono suicidati o che hanno tentato il suicidio.

Tra le persone a rischio, poi, ci sono i soggetti che hanno avuto traumi infantili, oppure degli abusi. Oppure ancora, con l’aumento della vita media dovuta ai progressi della medicina, vanno considerati a rischio i soggetti anziani affetti da malattie croniche; oppure coloro che sono affetti da dolore cronico. Così come sono a rischio certi tipi di alcolisti, in particolare se affetti da malattie mentali.

Io starei anche molto attento, ad esempio, alle persone che vivono sole e isolate; al pensionato senza grandi contatti sociali; all’uomo solo con malattia grave; alle persone che credono di essere affette da una malattia incurabile… il cosiddetto delirio ipocondriaco. Fra le condizioni poi che possono portare al suicidio, rientrano anche quelle legate alla crisi economica… Così come molti suicidi sono collegati ad un delirio di colpa o di rovina. Ma fra le cause principali del suicidio c’è una vera e propria malattia: la depressione”.

Cosa è la depressione?

“La depressione è una malattia profonda e complessa, che comporta un tipo di sofferenza che non ha eguali fra le esperienze negative che un uomo può incontrare nel corso della propria vita: è un dolore insopportabile, intensissimo, che in alcuni casi va al di sopra delle possibilità di resistenza umana.”

“Con un brutto termine – precisa ancora Valter Furlano – si dice che il soggetto con depressione non può ‘infuturarsi‘: il soggetto depresso vede cioè di fronte a sé è solo un paesaggio arido e desolato, quasi un paesaggio lunare, come lo definiscono alcuni psichiatrici. Situazioni queste in cui non si riesce a provare gioia neanche per gli affetti familiari e che non trovano giovamento nemmeno nella fede in Dio… proprio perché dentro tutto sia spento.”

“La depressione – aggiunge lo psichiatra – non deve comunque essere confusa con lo stato d’animo o con la tristezza. La depressione, bisogna ricordarlo sempre, è una malattia grave, che ha cause neurobiologiche molto profonde (si parla di alterazioni di alcune aree cerebrali; si parla della riduzione della neurogenesi; si parla di stati infiammatori cronici con riduzione dell’attività immunitaria).”

Cosa accade nella mente del depresso che può spingerlo a suicidarsi?

“A proposito di suicidio e di personaggi famosi, mi viene in mente Cesare Pavese e la famosa poesia ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’, in cui il poeta ad un certo punto parla della ‘speranza’: una concetto che si ricollega a ciò che diceva il grande psichiatra Tellenbach, secondo il quale nel suicidio, proprio per la mancanza di speranza, si perde l’istinto di conservazione.

Ecco, l’elemento principale del suicidio è proprio il venir meno di ogni speranza, e la presenza di uno stile di pensiero cognitivo negativo… tipico della depressione. Non c’è depresso – precisa Furlano -, anche il meno grave, che almeno qualche volta non si sia posto qualcuno di quesiti assillanti quesiti: Ma che vita è questa? Perché vivo? Che senso ha vivere solo per soffrire. O ancora, Perché non trovo il coraggio di farla finita? Fra i soggetti che non hanno ancora un piano suicidario, molti arrivano persino ad augurarsi una morte per la malattia improvvisa fulminante come l’infarto: proprio perchè di fronte a loro non vedono più speranza. Detto ciò, come conseguenza, i suicidi potrebbe ancora non avverarsi se non fossero compromessi i fondamentali istinti di vita, se non venisse meno l’istinto di conservazione, cosa possibile e fattibile”. .

Sono molti i suicidi di questo genere?

“I suicidi per depressione, secondo studi abbastanza recenti, sono molti di più di quelli che risultano dalle statistiche ufficiali. Anche se si tratta di indagini sempre difficili da svolgere, si ritiene che circa il 90% dei suicidi derivi da qualche forma di malattia mentale: spesso si tratta proprio di depressione… il suicidio senza la presenza di una malattia mentale va sempre valutato molto attentamente.”

Dalle cronache emerge che il suicidio coinvolge anche i giovani

“Oggi come oggi, detto con grande tristezza, anche gli adolescenti effettivamente sono colpiti dal fenomeno, soprattutto quando c’è abuso di sostanze che provocano un aumento dell’impulsività, un ridotto controllo degli aspetti aggressivi, o auto-aggressivi… che favoriscono appunto azioni autolesive.

Il grosso rischio del fenomeno nell’età adolescenziale, è quello di trascurare la presenza nei ragazzi della depressione. Si pensi ad esempio che le statistiche ci dicono che un adolescente va in cura da uno psichiatra con circa 7 anni di ritardo rispetto all’insorgenza dei sintomi della depressione.

A tal proposito sarebbero necessari programmi di prevenzione all’interno della scuola: per individuare tratti di sensibilità e di suscettibilità alla depressione fra i giovani. Così come come si cura un bambino asmatico e si tiene conto delle sue necessità e si prendendo precauzioni. Così andrebbe fatto per gli adolescenti con il rischio della depressione. La scuola in questo senso è importante nella comprensione del disagio dei ragazzi, soprattutto quando vivono situazioni esistenziali difficili o quando ad esempio manca loro una rete di affetti.”

Importanza della scuola ma anche della società in generale…

“Per quanto riguarda ancora gli adolescenti, occorre tener presente che il tipo di società in cui si trovano a vivere, da un lato è senza più grandi valori, dall’altro è una società piuttosto ‘demanding’ come dicono gli americani, molto esigente nei confronti del singolo. I giovani si vedono costretti a confrontarsi con modelli difficili da imitare, e a volte decisamente irraggiungibili. Per questo – suggerisce lo psichiatra – occorrerebbero davvero degli interventi di Psico-educazione.”

Quale il ruolo della famiglia invece?

“Un ruolo ovviamente fondamentale. Nel caso in cui vengano individuati comportamenti che possono portare al suicidio, i familiari devono assolutamente creare una rete di protezione attorno a queste persone che riduca le occasioni di cedere a tentazioni autodistruttive.

Insieme alla famiglia gioca però un ruolo importante tutta la rete dei rapporti che può generarsi attorno al soggetto depresso, dalla famiglia, alla scuola, agli ambienti sportivi… all’ambiente lavorativo se si tratta di soggetti più adulti.”

Esistono periodi in cui si verificano più facilmente i suicidi?

“Per quanto riguarda il suicidio, così come per la depressione, esiste una certa stagionalità. Il picco massimo di suicidi ad esempio si verifica nei mesi di maggio e giugno. Un altro picco, più basso, si registra nei mesi di ottobre e novembre. Gli atti estremi spesso coincidono con i momenti dell’anno in cui sono più frequenti le depressioni.”

Siamo nell’era dei cosiddetti ‘social’. Quale ruolo possono avere questi strumenti rispetto al tema che stiamo trattando?

“Se utilizzati bene i social possono essere importanti per i ragazzi. Internet può essere bellissimo perché rende più facile la socializzazione, ma se lo utilizzato male può provocare danni, a volte anche gravi. Ci sono bambini e adolescenti che, pur di stare sui social, invertendo il ritmo sonno-veglia perdono il sonno… cosa che difficilmente – Furlano sorride – avveniva quando i bambini passavano il tempo a giocare al pallone.”

oltre al fatto che sui ‘social’ può succedere di tutto… I social sono una sorta di moderna giungla…

“In questo caso il ruolo del genitore è imprescindibile. Deve verificare che non vi sia un abuso nell’utilizzo; che non nascano delle dipendenze da Internet e più generali da tecnologia. I social inoltre vanno monitorati pure sul tipo di contatti che i nostri giovani possono avere con gli altri soggetti che frequentano la Rete, affinché non siano condizionati in maniera negativa.”

E’ possibile scoprire quando qualcuno è depresso tanto da rischiare di commettere suicidio?

“A volte ti trovi di fronte ad atti improvvisi, con la depressione che scoppia proprio con un violento atto autolesivo. Generalmente però il suicidio viene pianificato e viene studiato dalla vittima quasi nei minimi particolari… nel luogo, nell’ora, nelle modalità.

Tenuto conto dell’elemento: ‘soggetti a rischio’, di cui abbiamo detto in precedenza, individuare i segni premonitori di un suicidio è sempre difficile. Si può però intuire qualcosa dai tratti della personalità del soggetto: tratti ad esempio di chiusura; tratti di particolare introversione; oppure dai repentini cambiamenti di comportamento; oppure ancora dall’isolamento sociale in cui cade il soggetto; oppure dal verificarsi di eventi stressanti e gravi, come malattie gravi, o menomazioni a seguito di malattia. Senza dimenticare – aggiunge Furlano – che tra le cause di possibile depressione ed eventualmente tentativo di suicidio c’è anche il bullismo, che crea una ferita profonda nella vittima, soprattutto se giovane, in cui si può generare la paura di non essere più accolti nel gruppo.

Altri segnali da tenere presenti sono, il ritirarsi dalle attività, non giocare più, oppure lasciare messaggi estremi sui social ad amici e conoscenti.”

Una volta che la famiglia o qualcun altro si accorge di avere accanto un soggetto di questo genere, con queste caratteristiche, qual è il passo che andrebbe fatto?

“Il passo da fare, quando e se ci si accorge di queste situazioni, è l’attivazione di una rete affettiva di supporto e di protezione nei confronti del soggetto.

Chiaramente poi bisogna rivolgersi a personale esperto, a figure professionali specializzate nell’ambito dei disturbi dell’umore e dei disturbi d’ansia, ad esperti di salute mentale.”

Dunque si può fare qualcosa per risolvere il problema? Anche dal punto di vista farmacologico?

“In questo campo ci sono evidenze assodate a livello terapeutico: relativamente a trattamenti psicoterapeutici così come a trattamenti farmacologici.

Farmacologicamente parlando sappiamo che ci sono cure che funzionano. I farmaci stabilizzatori del tono dell’umore sono molto efficaci nella prevenzione del suicidio.

Proprio nel corso del convegno che ho seguito recentemente a Roma si è parlato di alcune evidenze relative ad un nuovo farmaco: la ‘Ketamina’, che è molto promettente. Così come, per la riduzione del rischio di suicidio, sta emergendo, insieme ad altri farmaci cosiddetti atipici, il ruolo del ‘Litio’. Anche gli antidepressivi stessi, spesso demonizzati, hanno costituito un ruolo molto importante nella cura della depressione e delle sue complicanze quali il suicidio. Dopo tutto gli antidepressivi hanno rappresentato una rivoluzione nella soluzione a certe problematiche pari solo a quella degli antibiotici nella cura delle malattie infettive.”

Farmaci ma non solo, giusto?

“Si certo. Un ruolo fondamentale lo ricoprono i trattamenti psicoterapeutici. Gli esperti in materia sono coloro che possono inquadrare la problematica e poi curarla. Il messaggio importante da far passare, è che dopo la cura tutto sarà visto e percepito in modo diverso. Così come occorre spiegare la natura di malattia vera e propria della condizione che affligge queste persone… in quanto a volte tutto viene erroneamente percepito come questione esistenziale-filosofica.

Il punto fondamentale è che se si comincia a capire che esiste un’uscita dal tunnel, che si può ritrovare la luce dopo il buio, si riesce a fare un’opera di prevenzione, perchè si riesce a far capire al paziente di essere affetto da una malattia curabile.

Tutto ciò ovviamente senza fornire al paziente una chiave di lettura riduttiva al suo problema… le situazioni dolorose possono infatti permanere, ma una volta superata la malattia depressiva scompare l’idea del suicidio.”

“Insomma – conclude lo psichiatra Valter Furlano -, grazie alle cure è possibile ridare un po’ di speranza a queste persone. Nella mia esperienza clinica ho moltissimi casi di pazienti che mi dicono: Dottore lei mi ha ridato la vita. Ho rischiato di fare una cosa di cui mi sarei pentita. Grazie a lei mi è tornata la voglia di vivere…”

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