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VOGHERA 11/07/2016: Il seminario. Il ministero. Le soddisfazioni (rare). Le fatiche (tante). I 50 anni di sacerdozio di Gianni Captini. L’intervista al “don” che ha portato il Duomo agli antichi splendori

Luglio 11
12:21 2016

VOGHERA “Sa cosa mi sarebbe piaciuto fare durate la messa della domenica? Dire semplicemente ai fedeli: ‘Ma lo sapete che oggi il vostro parroco compie 50 anni di sacerdozio?!’ “E come ama fare Papa Francesco, avrei chiesto loro di pregare per me”. “Basta! Questo era ciò che intendevo fare.” “E invece…”

E invece domenica (due domeniche fa per la verità) è stata organizzata, con pochi presenti perchè pochi intimi lo sapevano, una messa solenne a sorpresa.

“… sa cosa è successo? Sono stato operato per un’ernia all’inguine e sono stato diversi giorni in convalescenza… nel frattempo loro hanno combinato il guaio”.

Nonostante i piani (minimalisti) andati fumo, monsignor Gianni Captiti, parroco del Duomo, 75 anni compiuti il 27 giugno scorso, è contento della sorpresa che la sua comunità gli ha confezionato: una messa con tutti i parroci della città e non solo, e tanti fedeli di vecchia data.

E infatti subito lo dice.

“Ma la cosa bella è stata questa: che l’hanno fatto sapere nei luoghi dove sono stato parroco da giovane. Così ho potuto rivedere i ragazzi che avevo seguito all’interno delle mie prime parrocchie, San Matteo di Tortona e Mombisaggio Torre Calderai, frazione di Tortona anche quest’ultima, i cui abitanti però vorrebbero fosse separata, mentre invece è unica e unita.”

Incontriamo monsignor Captini in via Galilei e, saputo dell’anniversario, chiediamo un’intervista. Ma il parroco ora non ha tempo. L’appuntamento è per dopo pranzo, alle 15, nella canonica, che si trova nella stessa via, al 13.

Il parroco ci riceve nella grande sala delle riunioni al piano terra dell’edifico. Lui scende, pantaloni neri e sandali, dall’ampia scalinata che porta alle stanze private finendo di allacciarsi la troppo ampia camicia a maniche corte, grigia.

Bene, monsignor Captini. 50 anni di sacerdozio. Come li vede?

“Un po’ come una rincorsa a degli ideali. E poi c’è la fatica di vivere la realtà pratica, che è distante da questi ideali… eppure la realtà pratica è il luogo nel nostro servizio quotidiano, dove bisogna stare con la gente, camminare insieme alla gente, con i loro limiti, e con i nostri limiti, personali e ambientali. Perciò molto del nostro lavoro non è di vero e proprio apostolato ma è di seguire bisogni religiosi non profondi… come nella confessione ad esempio, che non è un momento di cammino spirituale ma è un po’ la doccia: che si fa per poi tornare quelli che si è sempre stati… Oltre a questi come detto ci sono i limiti personali”.

Monsignor Captini si è perfettamente rimesso dall’operazione, è tornato quello di sempre. Il prete dall’aspetto semplice, dotato di quell’energia tipica di chi la cerca, la trova, la conquistata giorno dopo giorno, fra le fatiche della vita quotidiane, nella consapevolezza che bisogna averla, che bisogna darsela… per poter andare avanti.

Cinquant’anni di sacerdozio, come si sente, è contento, è stanco?

“Stanchi siamo stanchi. Ma abbiamo ancora voglia di lavorare.”

Cominciamo dal principio. Come e quando ha deciso di farsi prete.

“Io sono vissuto all’interno di una parrocchia a Novara, dove abitavo come il padre ferroviere e la mamma. Una parrocchia di periferia del dopoguerra, cattolica, militante… tanto oratorio, stile milanese. Un ambiente impegnato, dove ho imparato sia dai preti che dai laici, oggi si direbbero educatori di oratorio, e dove ho cominciato a svolgere anch’io un ruolo di educatore, seppure in erba.”

La svolta quando?

“A 17 anni, quando ho pensato di entrare in seminario. Era il 1958… arrivandoci però non come i miei compagni, ai tempi della prima media, ma da adolescente, con entusiasmo, con voglia di impegnarmi”.

Come è maturata la decisione, da solo, suggerita da qualcuno?

“Da solo ma nell’ambito dell’oratorio e con l’aiuto degli educatori. Sebbene però la scelta, rispetto a tutti gli altri compagni dell’oratorio, è stata un po’ particolare, dovuta all’ispirazione interiore… non saprei spiegarla diversamente. Quella di fare il prete è stata una scelta che ad certo punto è venuta naturale, insieme all’idea del servizio e dell’apostolato.”

Che Chiesa era allora quella in cui entrava?

“Quando sono arrivato in seminario incominciava la preparazione del Concilio Vaticano II. Io sono entrato nei giorni in cui moriva Pio XII, peraltro grande Papa, e veniva scelto Papa Giovanni, che ha subito lanciato l’idea del Concilio. Gli anni di seminario sono stati gli anni in cui la Chiesa stava ripensando se stessa: la Chiesa che deve rimodellarsi sul Vangelo e su Gesù. Erano anni però in cui nei nostri piccoli ambienti non c’era quello medesimo spirito del Concilio, come non c’era a livello popolare: Per cui ricordo la difficoltà di calare questo vento di rinnovamento nella realtà… il vento della Chiesa viva, della Chiesa comunità, della Chiesa apostolica. Questa è stata la sfida dei miei cinquant’anni prete”.

Una sfida difficile?

“Molta gente viene in chiesa per un bisogno religioso un po’ generico, un bisogno religioso individuale, non con un riferimento maturo al Vangelo e Gesù.”

Una sfida vinta o persa?

“La proposta di Gesù va sempre oltre, e noi con fatica cerchiamo di portarla avanti.”

I genitori come hanno preso la decisione di farsi prete?

“Mio papà non c’era già più a quel tempo. Mia madre invece era contenta. Le zie no! Dicevano che così sarebbe finito il mio cognome, essendo io l’unico maschio della famiglia”.

Nato a Novara…?

“Il 27 giugno 1941. Ordinato il 29 giugno del 1966.”

Altre date importanti?

“Eh.. diciamo tutti i cambiamenti, tutti i trasferimenti che ho fatto: sono stati talmente tanti che non me li ricordo neanche io più di preciso.” (“Tutti trasferimenti fatto con la madre”, tiene e precisare Captini)

I trasferimenti fanno parte dei limiti cui accennava?

“A me hanno fatto cambiare tante volte. Ho fatto 11 traslochi nel corso della mia vita. Troppi. Sono stato troppo poco in certe realtà. Ho avuto la fortuna di fare due anni di studi a Roma, che hanno compensato le carenze degli studi in seminario. Però globalmente sono stato costretto a ricominciare tante volte, forse troppe. E’ giusto che ci sia un certo ricambio, fattore arricchente perché rappresenta una ginnastica mentale, però non c’è il tempo di dare compimento a certi progetti a certe cose”.

Limiti personali diceva

“Tante volte siamo deboli e ci si lascia prendere dalla stanchezza, dai timori di non sapere come fare ad affrontare le situazioni. Nonostante questo sono sereno, perché ho imparato ad accettare i limiti della realtà… e poi il Paradiso è una cosa che viene sempre dopo (sorride ndr), siamo in cammino, ecco, diciamo così.”

Queste le cose brutte. Qualcosa di bello invece lo ricorda?

“Le cose belle sono le conoscenze con le persone, le amicizie. Io nonostante tutto ho ricevuto tutto dagli altri e da Dio. Non posso dire di essere deluso perché ho avuto tanto dalla Chiesa dalle persone, nonostante tutti i limiti che constatiamo nella realtà”.

Cinquanta anni sono lunghi è cambiato qualcosa nei fedeli?

“Certamente c’è una evoluzione. Prima c’era un senso religioso magari non pienamente illuminato dal Vangelo, ma i nostri vecchi avevano un senso religioso della vita più sviluppato. Nel tempo c’è stato un po’ lo svuotamento di questo sentimento religioso. Anche se in parte compensato da una maggiore aderenza al Vangelo, ma da parte solo di alcuni. Globalmente direi che la religiosità popolare è diminuita”.

Non funziona neppure l’effetto Bergoglio di cui tanti parlano?

“No, però andando a benedire le case e portando l’immaginetta di Papa Francesco ho trovato molto apprezzamento verso Francesco, parlo soprattutto degli anziana, quelli che più facilmente si trovano in casa durante gli orari delle benedizioni”.

Pochi fedeli ma anche oramai pochi preti. Come siamo messi a Voghera. In crisi come altrove?

“Siamo messi che il vescovo si trova in difficoltà a provvedere alla gestione della Diocesi. E noi siamo in difficoltà a seguire tutto.”

A Voghera quanti siete?

“In città ci sono alcuni preti diocesani… oramai siamo ridotti a 5… e poi ci sono i religiosi: Barnabiti Orionini e Frati. In Voghera le parrocchie sono 7, più Medassino, Torremenapace, Campoferro e Oriolo.”

Tutto per cinque preti?

“Cinque preti cui va aggiunto Don Enrico Bernuzzi, che è il prete dell’oratorio. Noi preti diocesani però copriamo il grosso della popolazione, circa 30.000 abitanti”

Un lavoro intenso?

“Intenso e ogni anno che passa più difficile, perché siamo sempre di meno. E chi arriva a 75 anni non può pensare di stare più tranquillo ma deve dire: cosa posso fare di più di quello che sto facendo”.

All’improvviso nella canonica si sente un miagolio insistente, e il parroco si sente in dovere di presentare il nuovo arrivo. “Pancrazio si chiama!”

Poi il parroco si stupisce che il micio appena entrato s’avvicini al giornalista, si alzi, metta le zampe anteriori sulla sedia e con quella sinistra cerchi il suo braccio.

“Ma guarda che strano”, dice sorpreso il prete, “di solito con gli estranei si spaventa”.

Poi Captini riprende a rispondere alle domande. Domande più generali come questa.

Come si trova all’interno della rivoluzione Francescana, Bergogliana, che stiamo vivendo?

“Non è una rivoluzione, è che con lo stile speciale, straordinario che lo contraddistingue, Papa Francesco semplicemente continua lo spirito del cosiddetto Vaticano Secondo, cioè di rinnovamento della Chiesa, di ritorno all’origine. Venendo dal Sud America lui ha lasciato da parte gli aspetti di etichetta a cui altri Papi si consideravano obbligati. Ma ognuno di loro ha cercato di superare, aggiornare il suo modo di proporsi”.

Captini parla mentre cammina inseguendo Pancrazio, che vaga miagolando insistentemente e misteriosamente (come tutti i gatti) per la sala… i padroni dei gatti lo fanno spesso: non riescono a resistere all’impulso di cercare di esaudire, e forse capire, tutte le esigenze (e tutti i vizi) dei loro amati animali.

Cosa pensa della posizione di Papa Francesco sui valori intoccabili della Chiesa, che non sembrerebbero più tali… Matrimonio, Famiglia, Figli, Unioni omosessuali e l’ultima arrivata la Convivenza?

“La convivenza è una realtà che è maturata in modo globale in questi anni. Prima ci si vergognava. In questi anni è diventata una cosa di cui non preoccuparsi più. Noi a Voghera abbiamo fatto gli incontri di preparazione al matrimonio e praticamente tutti erano conviventi”.

Come si pone la Chiesa di fronte a queste realtà?

“Di fronte a queste cose noi non diciamo: ‘E’ una tappa di progresso!’ Ma le riteniamo un modo attuale per vedere se si riesce ad arrivare a quel modello di sempre che è l’amore fra l’uomo e la donna, che unisce le persone per tutta la vita, la famiglia. Quindi non è che il Papa abbia un’idea nuova di famiglia.”

“Per quanto riguarda la questione degli omosessuali, invece. Quando hanno fatto delle domande al Papa, lui ha espresso l’atteggiamento cristiano vero: che è quello di Gesù, in cui prima di tutto c’è l’accettazione della persona. Poi la sua vita, le sue vicissitudini vanno affrontate man mano che si presentano. Ma non è che il Papa abbia mai detto che oramai è tutto uguale. Insomma, noi non vediamo in Papa Francesco una novità straordinaria, vediamo un suo stile molto diretto volto ad aiutarci a vivere il Vangelo”.

E per quanto riguarda quest’accusa di essere troppo vicino alla sinistra o di essere addirittura comunista lei come la vede?

“Papa Francesco ha semplicemente risposto che lui segue il Vangelo. Il comunismo… diciamo il Marxismo, è stato un ideale, un’interpretazione laica di quello che dice la Bibbia: quando parla degli uomini tutti uguali, della questione della dignità e altro ancora. Il Marxismo questo l’ha vissuto in un certo modo, con delle ingenuità, tanto è vero che purtroppo non ha funzionato. Noi crediamo invece che la Bibbia abbia un’idea dell’Uomo più matura, Cioè dell’Uomo fragile, con grandi ispirazioni ma con grandi fragilità, che ha continuamente bisogno di Dio per riconoscere sia la propria grandezza sia la propria debolezza.”

Tornando a Voghera lei sarà ricordato anche come il parroco che ha riportato la Collegiata agli antichi splendori. Che tipo di lavoro è stato?

“Un lavoro che mi ha assorbito parecchio tempo purtroppo. Non ho saputo organizzare le cose in modo da coinvolgere di più altre persone nell’attività. Mi sono assunto in linea diretta tante, troppe incombenze, che hanno finito per distogliere la mia attenzione da altre cose”.

Dal punto di vista strutturale è stato fatto tanto, con tante spese. Nell’ambito del “nuovo corso” della chieda, non crede ci possa essere stata una sorta di contraddizione tra la sempre più pressante richiesta di una Chiesa povera e i molti milioni spesi per i lavori alla Collegiata?

“C’è da dire intanto che noi abbiamo dovuto pensare non soltanto al Duomo ma anche ad altre strutture, come gli oratori e le altre chiese.

Per quanto riguarda il Duomo certo, io preferirei uno stanzone grande, semplice, magari non bello… anche se la bellezza (sulla quale Captini ci ritornerà ndr) è importante. D’altronde però se non si interveniva bisognava chiuderlo, perché dalle volte cominciavano a scendere detriti, si cominciavano a perdere i pezzi. Quindi si sono dovuti affrontare per forza i lavori, svolti grazie alla Fondazione Cariplo… attraverso Giovanni Azzaretti”.

Lavori urgenti

“Uno dei grossi problemi era quello dell’umidità, che ci ha costretto a fare il cavedio tutt’attorno la chiesa. Purtroppo l’esistenza di questa grande chiesa e i suoi problemi non ci hanno permesso di fare diversamente. Lo Sbaglio semmai fu fatto all’inizio del ‘600, quando fu deciso di demolire la Pieve e di costruire quest’enorme edificio. Avrebbe dovuto evitare di farlo. Avremmo avuto meno problemi di manutenzione. Ma tutti a Voghera parlano del Duomo… di Piazza Duomo… e in tutte le cose c’è il Duomo…”

E lei si è trovato un po’ prigioniero di questo Duomo?

“Io mi sono trovato un po’ inguaiato in questa cosa. Se avessi potuto scegliere non avrei certo scelto di occuparmi di questo tipo di lavori…. ho cercato di uscirne in qualche modo”.

Beh, guardando il risultato estetico sembra esserne uscito bene.

“Parlavamo questa mattina con il maestro Caporali  (l’organista ndr) della bellezza. Della bellezza nell’arte. Della bellezza della musica. Della bellezza che tante volte dice molto di più delle parole. Viviamo una realtà in cui se ne dicono tante di parole, e tante volte sono parole equivoche in base a chi le dice e a chi le riceve… cambiano di significato, non hanno la stessa valenza. A volte perciò abbiamo bisogno di qualcosa che vada più in profondità. L’importante sì, è che la testa ragioni. Ma spesso si ha bisogno anche del cuore, sede dei sentimenti e della ‘semplicità’ della bellezza. Fare cose nuove magari pacchiane no. Ma il restauro dei monumenti è una cosa sacrosanta, soprattutto perchè oramai li abbiamo…”

Ci sono ancora lavori da fare in Duomo oltre quelli già conclusi?

“Il Duomo è sostanzialmente concluso. Però non possiamo finirlo del tutto perché abbiamo esaurito le risorse. La Fondazione (Cariplo ndr) non ha più quella possibilità di aiutarci. E per il momento stiamo pagando il grosso mutuo che ha assorbito quelli precedenti.”

Che ammonta?

“A circa 1 milioni di euro: si tratta di un mutuo ventennale, il cui pagamento è iniziato solo pochi anni fa.”

Di che lavori si tratta?

“Le opere riguarderebbero il presbiterio, nella parte bassa del presbiterio e dell’abside. Poi c’è la cappella di Santa Caterina del Soccorso, i cui affreschi e le cui decorazioni dovrebbero essere completati. E poi ancora resta il problema del rafforzamento del Tiburio e della deumidificazione del lato nord, due problemi abbastanza rilevanti, che però noi non possiamo affrontare.”

Ancora qualche domanda generale ma legata all’attualità, anche vogherese.

Un altro dei valori su cui punta molto Francesco sono quelli dell’accoglienza legati alla immigrazione. Anche Voghera, vediamo, ci sono diversi migranti. Come va affrontata la questione?

“Purtroppo se parliamo di Chiesa, come preti non sappiamo che cosa fare. Si parliamo di Chiesa come cristiani, dobbiamo cercare di mettere le energie al servizio delle persone. Resta il fatto che le migrazioni sono una tragedia umana tremenda, le cui responsabilità vanno ricercate a monte: le persone arrivano perché sono state sconvolte le realtà in cui vivevano. E qui ci sono le grosse responsabilità. Dei potenti del mondo. Delle guerre di religione nell’Islam. E c’è la vendita delle armi come ricorda spesso il Papa”.

Per quanto riguarda Voghera cosa si potrebbe fare e cosa state facendo?

“Ci hanno chiesto, attraverso la Caritas, di aiutare questi ragazzi a fare dei servizi… per tenerli impegnati. Quindi ne abbiamo accolti alcuni in oratorio, durante il grest, alla fine della giornata per aiutare a sistemare e a pulire. Constatando sempre che quelli che vengono (5 o 6 spiega il parroco ndr) sono molto seri e con molta voglia di fare.”

Avete notato buona volontà di alcuni ma come si risolve la questione?

“Il problema resta. L’impressione è che queste persone siano state parcheggiati e che nessuno sappia realmente cosa fare. Quanti lavori si potrebbero far fare loro nell’ambito del territorio! Anche se occorre sempre tenere presente che c’è tanta gente del posto disoccupata. Insomma, se ne vogliamo fare della demagogia possiamo dire tante cose . Poi nella realtà tuto è più difficile”.

In città, più in concreto, la Chiesa cosa fa?

“Riguardo l’accoglienza pura c’è la Caritas, che agisce in diversi ambiti fornendo anche pasti, sia ai senzatetto, sia a tanti migranti. Alle famiglie bisognose periodicamente vengono forniti dei pacchi.”

E sull’accoglienza, è giusta sempre?

“Se si hanno le possibilità, perché no. Il problema è che non abbiamo grandi possibilità di accoglienza nè gli spazi necessari.

Per quel che riguarda la Parrocchia del Duomo, quanto all”accoglienza, è attiva anche quella di carattere religioso. In questa medesima sala noi accogliamo, due volte la settimana, un gruppo nigeriano. Mentre nella sala del Millenario ospitiamo altri tre gruppi: uno di nigeriani (“Che fanno un rumore indiavolato e al quale abbiamo chiesto inutilmente più volte di fare meno rumore”, dice per inciso Captini); un gruppo di romeni; e un gruppo di brasiliani. Tutti questi sono cristiani.

Per quanto riguarda gli islamici è meno facile rapportarsi a loro (anche se in città, come accenna monsignor Captini, un gruppo di musulmani viene periodicamente ospitato nella sala sottostante la chiesa di Pombio” ndr).

“Detto in generale, il problema degli spazi da destinare all’accoglienza religiosa esiste e forse a questo dovrebbe pensarci  il Comune. Perchè effettivamente è bello che queste persone s’incontrino. Ma anche per evitare il rischio della dispersione… sempre nella speranza che questa moda fondamentalista non prenda il sopravvento”.

I temi da trattare con il parroco del Duomo sono infiniti. Non il tempo a disposizione.

Perciò!

Insomma monsignor Captini. E’ contento della scelta fatta cinquant’anni fa?

“Sì sì sì. Certo certo! Quando si segue Gesù non si può tradirlo. Non sempre c’è l’entusiasmo del fare. Tante volte si patisce anche la difficoltà delle contraddizioni. Ma fa tutto parte della vita, anche di quella dei preti”.

Matteo Negri

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